NUOVI VINI PREGIATI NELLA NOSTRA CANTINA

Anche quest’anno abbiamo ampliato la lista dei fornitori: dopo attenta selezione e test dei prodotti abbiamo scelto di dar maggiore prestigio alla nostra cantina proponendo alcuni vini  dell’Azienda Agricola Laura Franzi di Buglio in Monte (SO).

 

Oggi vi parliamo del vino “Centun Maroggia” il cui nome è tratto da un castagno centenario nella zona vitivinicola recentemente riconosciuta per la sua specificità. L’area viticola di produzione è inserita nella fascia pedemontana del versante retico alpino, ricade nel comune di Berbenno di Valtellina nella sua parte territoriale ovest al limite di confine con il comune di Buglio in Monte.

E’ delimitata ad ovest dal torrente Maroggia, a nord dalle frazioni di Maroggia e di Monastero, ad est dalla valle Serada e a sud dalla strada provinciale Valeriana in frazione Pedemonte: conta una  superficie complessiva di 25 ha circa.

L’area ha una vocazione prettamente viticola.
La zona di produzione entra a far parte nel 1968 del disciplinare che regolamenta la produzione di vino Valtellina D.O.C., successivamente con l’aggiornamento del disciplinare nel 1998 entra nella zona di produzione di vino Valtellina Superiore DOCG ed ora dal 2002 è riconosciuta come sottozona Maroggia nella zona di produzione di vino Valtellina Superiore DOCG. 

La vite viene coltivata sui ripidi terrazzamenti (la pendenza varia dal 20% fino al 60%) sostenuti da muretti in pietrame a secco a partire da quota altimetrica di 270 m.s.l.m. a Pedemonte fino a 550 m.s.l.m. della contrada Piasci sui filari disposti a ritocchino secondo li linee di massima pendenza, perpendicolarmente all’orientamento della valle.

Il Nebbiolo, chiamato localmente Chiavennasca, è il vitigno principale e rappresenta oltre il 95% dei ceppi presenti nel vigneto, mentre il restante 5% è rappresentato da Rossola nera, Fortana e altri vitigni, tutti a bacca rossa e raccomandati per l’area viticola valtellinese.

I vini sono prodotti a norma di un rigido disciplinare; ridotto il numero dei trattamenti antiparassitari effettuati annualmente per il contenimento delle malattie. 

Le operazioni di vinificazione e di invecchiamento possono essere effettuate nell’intero territorio dei comuni compresi nella zona di produzione. Deve essere sottoposto ad invecchiamento di ventiquattro mesi di cui almeno dodici in botti di legno a partire dal 1º dicembre successivo alla vendemmia.

Il colore del vino è rosso rubino tendente al granato; ha un profumo caratteristico, persistente e sottile gradevole. Risulta asciutto al palato,  leggermente tannico, vellutato, armonico e caratteristico.

 

Il nome del vino “Centun” – anteposto alla località di produzione “Maroggia” deriva da leggende popolari che narrano la storia del castagno secolare dei Piasci, fra Maroggia e Monastero, appunto detto “Centòn”.

“Già dal primo secolo di vita, nel Quattrocento, la storia di questo albero si intreccia con quella di San Benigno de Medici, soprannominato, per l’armonia dell’aspetto, San Bello, che è una sorta di gloria locale, perché in questi luoghi dimorò e predicò per molti anni, fino alla morte, avvenuta il 12 febbraio 1472. Durante i suoi spostamenti da Monastero alla Maroggia, nei caldi pomeriggi estivi, sostava volentieri alle cantine dei Piasci, dove poteva gustare un vino eccellente, dal sapore “dolce et firmum”, cioè dolce e corposo.

Il nostro castagno stava lì, a pochi passi, invitante, con le sue fronde invitanti, già grandi e generose, a proteggere con una frescura ristoratrice chi sostava alla sua ombra. E fra i viandanti che si riposavano a questa ombra benedetta ci fu anche lui, il futuro santo. Un debole vento si alzava, di tanto in tanto, come un sussurro. Ed era come se fra il grande predicatore ed il possente castagno intercorresse un dialogo di cui nessun altro poteva essere a parte. Il santo esprimeva, forse, la sua gratitudine, per quella creatura di Dio così preziosa. Nel 1472 il predicatore Benigno lasciò la scena terrena, ma il centòn, che centòn ancora non era, rimase a guardia delle cantine nel quale era conservato un vino così pregiato. Quel che accadde nei decenni successivi ci può aiutare ad intuire cosa si fossero detti Benigno ed il castagno. Il castagno cresceva…. Divenne una pianta che pareva una sinfonia, un inno alla vita. Ma i contadini, più che a lui, prestavano attenzione alle loro cantine, perché il vino diminuiva durante l’inverno e la primavera. In qualche caso le botti, in tarda primavera, erano letteralmente prosciugate. Questo gettava nella costernazione i contadini, che non si capacitavano per il furto del vino. Non c’erano neppure segni di forzatura sulle porte sprangate delle cantine. Poi qualcuno più attento, sostando all’ombra del grande castagno, notò che il vento, scuotendo le sue fronde, ne cavava allegre e gioconde melodie. La cantina fu ispezionata. Si guardò anche nel fondo delle botti: le prosciugarono e le esaminarono con attenzione. Quel che scoprirono li lasciò esterrefatti. Il fondo di quelle botti che erano lì da secoli non era del tutto impermeabile, come sarebbe parso ad un primo sguardo frettoloso: il vino poteva colare. Rimossero, allora, con gran fatica alcune delle botti, e sotto scoprirono il colpevole dei furti. Con le sue radici lunghe e ramificate, il castagno, quatto quatto, era arrivato fino  lì e succhiava, poco a poco, tutto il vino che filtrava dal fondo delle botti. . E non c’era da meravigliarsi se quel castagno avesse da tempo l’aria della pianta più allegra di questa terra, ed intonasse qualche gioconda melodia, mentre intorno a lui i contadini, furibondi, volevano sbattezzarsi, come si vuol dire, per il fatto di non riuscire a mettere le mani sul ladro di vino.
Forse il buon Santo, per ricambiare la cortesia della frescura, avrà voluto che la pianta potesse godere dell’eccellente nettare dell’uva della Maroggia, come ne godeva lui stesso, ritemprando corpo e spirito. I contadini pensarono che il castagno aveva alzato un po’ troppo non diremo il gomito, ma le fronde. Per cui tennero consulto e decisero per una via di mezzo: era giusto che a quel grande albero, così caro al santo, fosse concesso, per onorare la sua memoria, di attingere all’eccellente vino della Maroggia, ma con parsimonia. Perciò le botti furono risistemate in maniera tale che nessuna risultasse più prosciugata sul finire della primavera e quel tanto di vino, che risultava mancante, si considerava un’offerta al Santo Patrono di Monastero.

Da allora tutti furono contenti ma il castagno non fu più allegro come prima. Col passare dei secoli il tronco cominciò a piegarsi, le fronde ad ammalarsi. Il centun divenne l’albero più amato dai bambini dell’intera Valtellina, perché, con quell’inclinazione a 45 gradi, era uno spasso risalire il tronco per poi lasciarsi scivolare giù. Il castagno era un po’ infastidito da quel vociare petulante dei ragazzi e da quell’andirivieni intorno al suo tronco, ma glia faceva anche piacere osservare quelle giovani vite spensierate.

Oggi il centon è ancora lì, anche se i bambini hanno giochi troppo tecnologici per passare il tempo salendo e scendendo dal suo vecchio tronco. Qual è il suo stato d’animo? Lo dipinge nel modo migliore una poesia di Silvio Mulatti ( 1981 ), che si riporta integralmente.

“  Centon | vecchio come il cucù,| piegato dagli anni,| metti via un momento i tuoi pensieri da stanco| e raccontami un’altra cosa della tua primavera lontana,| quando eri forte e pieno di vita| e con le radici prosciugavi le botti| di quei poveri disgraziati di contadini.| Raccontami di San Benigno,| quando si fermava alla tua ombra| a scolarsi una ciotola di vino.| Caro il mio ragazzo,non ho più la forza di bere una camomilla,| fammi compagnia, se vuoi, ma lasciami riposare.”

Leggenda tratta da web

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